Ernest Miller Hemingway – The torrents of spring

aprile 27, 2005

Questo è il secondo libro di Hemingway, forse una chicca dato che non ho visto in giro la traduzione in italiano. Può darsi ci sia, forse raccolta sotto i mondadoriani “Racconti”. Romanzo breve (“novel”) mostra un Hemingway a tratti forse un po’ inedito, tutto dedito alla dissacrazione dei suoi litteray advisors, gli scrittori, insomma, più famosi e più in voga di lui a cui inizialmente si ispirò. Primo fra tutti l’Anderson di Black Laughter e la sua ideologia del buon selvaggio, dove favoleggia di un mondo in cui le black people sono più vicine alla natura e dunque più ‘puri’. Deliri quasi rousseauniani, insomma. Hemingway sostituisce il buon nero con i bravi indiani, impiegati in una pump factory di Petoskey, cittadina dove è ambientata tutta la vicenda. Vicenda piuttosto semplice: un giorno Scripps O’ Neal, che ha appena perso la moglie durante una notte di bevute a Mancelona, arriva in città, si impiega nella locale pump factory e si sposa con l’anziana cassiera di una fagioleria (beanery). Unico particolare: si porta sempre appresso un uccello, di cui non è dato sapere la specie, e conquista la donna parlandole di letteratura. Lei, ricambiando, inizia ad appassionarsi di riviste di letteratura per cercare di legarlo a sè, ma l’unica cosa di vagamente poetico cui riesce ad accennare è descrivere a Scripps la sua cittadina natale in Inghilterra e raccontargli la strampalata storia di come perse la madre a Parigi, sostituita una notte da un anziano generale francese. Alla fine Scripps si invaghirà di Mandy, l’altra cassiera della fagioleria. La storia di Scripps viene intrecciata con quella di Yogi Johnson, suo collega alla factory: reduce della Prima Guerra Mondiale, lo seguiamo nella sua passeggiata notturna (ironica catarsi dal mondo ‘bianco’?) assieme a due indiani. Qui Hemingway si lancia in un paragone, attraverso le parole di Yogi, tra la guerra e una partita di rugby. Gustossimo lo slang che Hemingway mette in bocca agli indiani, che apostrofano Yogi come “white chief”. Il nero, estremo sfottò di Anderson, c’è o, meglio, c’è ne sono ben due: il cuoco nella beanery e il barista di un improbabile club privato per soli indiani.
Tutta la trama della vicenda è percorsa da aneddoti che non c’entrano praticamente nulla, rivelando l’essenza umoristica della novel, con tanto di debrayage rappresentati dalle due note al lettore che Hemingway mette verso la fine del libro. Qui chiede al lettore se la novella gli sia piaciuta, svela il mistero sulla scomparsa della madre della cassiera e si propone addirittura di riscrivere dei pezzi del racconto ‘su misura’ per il lettore, proponendogli poi di leggere quello che lui stesso ha scritto! Per chi vuole tentare un’analisi semiotica (o anche solo narratologica) di materiale c’è ne parecchio. Del resto lo strumento semiotico non dà forse il suo meglio sui testi umoristici, tantochè una semiotica della barzelletta è già stata tentata (e con ottimi risultati). Unica pecca del libro è, come il curatore dell’edizione Penguin avverte, l’essere troppo legato, talvolta, a nomi di scrittori e riviste degli anni venti. Hemingway, infatti, si compiace di usare “persone e fatti realmente accaduti”, come ho potuto constatare controllandole un paio sull’enciclopedia di letteratura americana della Blackwell. Andrebbe, insomma, provvisto di note.

Descrizione su Amazon.com (con estratti dal libro)

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