Novella del 25 aprile

aprile 25, 2006

Ripescata dal progetto di un romanzo a cornice, di gestazione ormai triennale e fermo da un anno e mezzo, ecco il mio “L’amicizia ai tempi dell’antifascismo”, racconto ispiratomi dalle gesta partigiane di mio nonno.
Purtroppo non ricordo bene quando ho scritto la novella: rileggendola, sa un po’ di neorealismo alla buona, condito da citazioni scolastiche. Dovevo essere abbastanza giovane…
Comunque, buon 25 aprile e buona, quotidiana e continua Resistenza!

Per Ulisse essere antifascista era sempre stato naturale, come avere i capelli fulvi o biondi, o amare i ballabili piuttosto che la musica classica. Era prima, da sbarbatello, una malcelata insofferenza verso il regime, che lo faceva marciare da cattivo giovane Balilla o arrivare tardi alle adunate. O ancora peggio esprimere la sua naturale vena ironica con invettive degne d’un Satyricon contro il governo, solo al posto e al momento sbagliato, ovvero nei temi tutti uguali sulla bonta’ e il coraggio del Duce, che da fanciullo compilava. La sua giovane eta’ e genitori comunque fedeli e italiani l’avevano sempre pero’ salvato dalle accuse di ribelle, che spesso i suoi professori non mancavano di dargli. Crescendo quell’insofferenza si era poi trasformata e concrettizzata nell’azione e nella lotta: prima come novello Hermes delle brigate partigiane e poi come vero e proprio partigiano.
Ulisse non aveva comunque delle vere e proprie idee politiche: definirlo comunista o liberale sarebbe stato sbagliato e riduttivo, ma in lui sicuramente emergeva quell’antico sentimento di voler lottare per la propria gente e per la propria liberta’, sentimento proprio di un antifascista.
Il suo territorio d’azione era la valdisusa e il tempo era l’agosto 1944.
Era infatti Ulisse di antica famiglia segusina, i cui eredi abitavano ora al quartiere San Paolo nella Torino degli anni quaranta e che avevano ricercato la protezione dalla Grande Guerra nel seno della valle degli avi, in un paese a tre chilometri e a tante curve dalla romana Segusium…
Remigio Braida, questo il suo vero nome, aveva trovato il suo pseudonimo tra le pagine polverose dell’Odusia omerica, scorgendo in lui, da perfetto romantico, l’eroe della conoscenza.
“Fatti non foste a viver come bruti” e bla bla bla, aveva scritto il ghibellin fuggiasco attorno all’anno del signore 1300, e, pensava Remigio, con l’odioso regime era davvero impossibile “seguir virtute e conoscenza”.
Ed infatti la sua insofferenza verso il ventennio veniva proprio da quel dover pensare e dover agire in maniera omologata e tutta dannatamente uguale: odiava la censura che non gli permetteva di ascoltare il jazz americano o di leggere la poesia inglese, detestava quell’ostentare grezzo e primitivo dell’Antica Roma che i film di regime suggerivano anzi imponevano, guardava con rabbia e con pieta’ filiale la madre sciogliersi davanti alle love story dei telefoni bianchi.
L’agosto del 1944, a poco meno di un anno dalla liberazione, Remigio stava solitario a fumare nel noceto. Si era lasciato dietro il primo anno di Universita’, con un senso di fastidio e insoddisfazione. Sapeva che gia’ da tempo qualcosa di grosso era in programma e lui voleva farvi parte. Si alzo’, si spazzo’ l’erba che gli era rimasta addosso nel suo meditare e si diresse verso casa.
Davanti alla zuppa di fagioli fumante, misera per i tempi che correvano, comunico’ ai suoi la decisione di diventare partigiano. La madre lascio’ cadere per terra la pentola con il resto della zuppa e comincio’ a singhiozzare, mentre il padre, torvo in viso, disse “Se lo vuoi, sia”.
Remigio, ora Ulisse, lascio’ la sua casa da sfollato. Vago’ la notte per quelle strade cosi’ ben conosciute, insegnatogliele dai nonni quand’era fanciullo e ora teatro di violenti scontri tra partigiani e fascisti.
Per qualche tempo, a cavallo della bicicletta arrugginita che era stata della madre, si era improvvisato staffetta partigiana. Non aveva avuto nemmeno bisogno di cammuffarsi, Ulisse, nessuno, in valle, avrebbe mai pensato che quel ragazzotto con gli occhiali e lo sguardo un po’ addormentato potesse essere un messaggero della liberta’…
Nei suoi vagabondare di brigata in brigata, a portare ora armi ora conserve di frutta e abiti, segni tangibili che la resistenza era sentita pure dal popolo che segretamente la foraggiava, a Ulisse parve di riconoscere nello sguardo perso di un prigioniero fascista un suo vecchio amico di infanzia, Enrico.
Nell’attimo in cui lo riconobbe, tutto gli torno’ in mente: quei discorsi concitati di politica, dove Enrico difendeva il suo Duce e Ulisse aspramente criticava il regime, deridendo le sue pietose farse come il carmen saliare recitato a memoria o i natali di Roma.
Ma ricordava anche i giochi infantili, segni di gesso per terra e calci ad un pallone di stracci, nel quartiere san paolo, che come tana li proteggeva. E poi qualche ragazza generosamente condivisa e le sbornie allegre per festeggiare le vittorie dei granata. Insomma, due ragazzi uniti dall’amicizia ma separati dalla politica.
Mentre montava sul sellino sgualcito della sua bicicletta, cercando di convincersi che quel traditore non era Enrico, Ulisse si senti’ chiamare col suo nome da civile, affettuosamente accorciato nel diminutivo di Remi’.
Si avvicino’ al mucchio di bucce di patata, corvette che veniva imposta ai prigionieri.
– Enrico – , chiamo’ con voce arrochita dalla commozione, – ma sei tu? -.
Il prigioniero abbasso’ la testa in atto di vergogna e pentimento e rispose un flebile si’.
Il partigiano che era li’ di guardia chiese sorpreso a Ulisse se conosceva il personaggio e, non interrogato, riferi’ il motivo della cattura e la pena che attendeva Enrico.
– L’abbiamo preso assieme ad altri due, mentre stava tentando un’imboscata a due compagni. Questo bastardo si merita la fucilazione, immediata! –
– Come, fucilazione? – balbetto’ Ulisse…
– Partigiano, mi dispiace che lui sia un tuo amico, ma e’ la pena che si merita! ­
– Fatemi parlare con il comandante, per favore – rispose Ulisse.
– E’ dentro, nella cascina, ma non servira’ a molto, credimi. –
Ulisse lascio’ cadere la bicicletta a terra con un rumore di ferraglia che desto’ le ire e le bestemmie di quanti gia’ nel campo dormivano.
Si diresse verso la cascina e chiese di vedere il comandante.
Lo fecero passare, Ulisse in pochi mesi di staffetta aveva gia’ guadagnato la stima e la fiducia di molti e forse con queste armi avrebbe potuto salvare la vita all’amico.
– Vieni, Ulisse, vieni. – disse una figura immersa nella semioscurita’ rischiarata solo dal bagliore di una lampada a petrolio.
L’arredamento della sala era misero e spoglio: un tavolaccio di legno tarlato in mezzo alla sala e un armadio che custodiva ancora le misere ricchezze di una famiglia contadina: qualche stoviglia, l’onnipresente cristo in legno e una statuetta che raffigurava la Madonna.
– Come, conosci il mio nome? -, chiese Ulisse.
– Certo, Ulisse, certo ma questo non e’ un vanto per un partigiano. Il tuo nome potrebbe sempre arrivare ai neri, mi sbaglio? –
Dopo aver dato prova del suo humour nero, il comandante si produsse in una risata liberatoria, leggendo lo sguardo smarrito di Ulisse.
– Allora -, continuo’, – perche’ volevi tanto vedermi? –
– Ci sarebbe un prigioniero, un fascista, che conosco molto bene… Insomma, eravamo amici prima della guerra e prima di tutto questo e cosi’… –
. Si’, Ulisse, questo lo sapevo. Enrico spesso faceva il nome di un certo Remigio negli interrogatori. Come vedi anche lui ti avrebbe potuto tradire… –
– Ma non l’avrebbe mai fatto! – sbraito’ Ulisse nella silenziosa calma della stanza contadina – mai!-.
– Partigiano! Vedi di calmarti. Se sei disposto a far da garante per lui, gli potremmo anche risparmiare la pena di morte. Ma lasciarlo libero, mai! Pelera’ patate fino al giorno in cui l’Italia sara’ libera da questi porci! –
– Ti ringrazio, comandante. –
Ulisse abbandono’ la stanza, mentre il comandante scuoteva la testa ripetendo “ragazzi, ragazzi”.
Era sicuro che il comandante avrebbe mantenuto la parola data.

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Una Risposta to “Novella del 25 aprile”

  1. gigideluca Says:

    una guerra sporca. è stata una fottuta guerra sporca. non ci sono amici. non ci sono più santi da pregare. una bella storia di persone che devono crescere in fretta. il nostro paese e le nostre terre se ne ricordano molti. e molti ne son morti, ma lo stesso li ricordiamo. il racconto del 25 aprile mi ha fatto pensare che alle volte l’amicizia ti può salvare la vita. luigi


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