May I speak English?

marzo 10, 2008

Nel famoso ‘How to become an hacker’, Raymond consiglia, non con una certa titubanza, di impare l’inglese.
Raymond è titubante perché vede, giustamente, il predominio dell’inglese come un tipo di imperialismo culturale (a sort of cultural imperialism). Ma è confortato dal fatto che molti hacker, anche se condividono la stessa lingua, usano l’inglese per parlare tra di loro di questioni tecniche. Il motivo sarebbe che l’inglese ha un più ricco lessico di termini tecnici: effettivamente se parliamo in italiano di questioni informatiche, finiamo per utilizzare anglicismi, prestiti mal fatti o orribili calchi. A proposito dei calchi, anche se non c’entra niente col gergo informatico, un mio amico per dire ‘Ho mandato il mio curriculum alla tal ditta’ dice ‘Ho applicato’, calcando l’espressione inglese ‘to apply for a job’.
Tornando a Raymond e alla sua lingua inglese ricca di termini tecnici, essa è definibile, in termini linguistici, come ausbausprache, ovvero ‘lingua elaborata’. Già, perché si potrebbe parlare di informatica anche in wolof o in catanese così come di filosofia o di idraulica applicata, a patto che si abbiano, come giustamente sottolinea Raymond, i termini tecnici.
Quando vado a Parigi o in Corsica, mi capita spesso di comprare i giornali locali di Linux: oltre ad essere fatti molto bene, mostrano come la lingua francese, grossomodo e suo malgrado, si sia elaborata anche su piano informatico. Fa ridere, ma loro traducono il kernel di linux con noyau, che vuol dire appunto ‘nocciolo’ o ‘files’ con ‘fichiers’. Come se noi dicessimo: “Ho ricompilato il nocciolo di Linux e ho perso tutte le pedine (fiche + ier)”. Fa ridere, ma mica tanto in realtà: significa che il francese ha risposto, con mezzi suoi, allo strapotere dell’inglese in campo linguistico e culturale. Operazioni del genere testimoniano quella che i linguisti chiamano la vitalità di una lingua, espressa tramite la loro produttività.
Noi, evidentemente, produciamo poco. E purtroppo, bisogna dare torto a Raymond: lo strapotere dell’inglese è funzionale all’imperialismo inglese prima e americano poi.
Esprimersi con metafore organicistiche significa in generale paragonare oggetti non animati, concetti e ideali ad animali, piante o persone. Ad esempio, si dice che le città muoiono, che l’economia collassa o che le culture rinascono. Ecco, a me piace pensare (ma l’idea, ovviamente non è mia) alle lingue come alle speci biologiche: l’inglese a come qualche specie dominante che in un ecosistema (la cultura mondiale) distrugge le altre e lingue sconosciute africane, americane o asiatiche a qualche rara farfalla appena scoperta dagli entomologi. In natura, ogni volta che una specie si estingue si perdono frammenti di biodiversità, essenziale alla vita stessa del pianeta Terra. Nelle culture umane, ogni volta che una lingua muore, muoiono secoli o millenni di modi di concepire la vita e di adattarsi ad essa. Se rimanesse un’unica lingua, anche se ripetutamente imbastardita dalle altre perché una lingua talvolta non muore ma continua, rimarrebbe un unico modo di vivere. E nessuna lingua, per quanto elaborata dal punto di vista lessicale possa essere, è all’altezza di ogni espressione umana.



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