Archive for the 'Otium' Category

Esercizi di traduzione #4: Arcade Fire – Sprawl 2 (Mountains beyond mountains)

febbraio 3, 2011

Prima venne il consiglio di Flavio: provate l’ultima trovata degli Arcade Fire, un video che permette di essere ambientato dove siete nati! Basta inserire la via e la città:

http://www.thewildernessdowntown.com/

poi, perché non comprare in digitale l’album? Tra tutta l’elettronica che ascolto, un po’ di indie rock non può che giovare…
All’inizio, album piuttosto difficile, questo The Suburbs: complesso, vario, come non apprezzarlo? Ma difficile. Poi, pian piano, complice anche una lettura ai testi…
Davvero bello, completo. Ma su tutte, questa sprawl 2, dedicata al ‘tessuto urbano diffuso’, ovvero quelle parti di città che non si capisce bene se siano città o campagna, di solito costellate di centri commerciali.
Qui, nel torinese, la zona di Collegno-Savonera, per intenderci. O, perché no, quella lingua di terra che collega Torino al temuto quartiere della Falchera: un parco enorme, brutto, ribattezzato dagli Stampisti ‘toxic park’, un motel nel nulla, il tram 4, prove tecniche di grattacieli e, appunto, un centro commerciale. Buon ascolto.

They heard me singing and they told me to stop,
Quit these pretentious things and just punch the clock,
These days, my life, I feel it has no purpose,
But late at night the feelings swim to the surface.
Cause on the surface the city lights shine,
They’re calling at me, “come and find your kind.”

Sometimes I wonder if the world’s so small,
That we can never get away from the sprawl,
Living in the sprawl,
Dead shopping malls rise like mountains beyond mountains,
And there’s no end in sight,
I need the darkness someone please cut the lights.

We rode our bikes to the nearest park,
Sat under the swings, we kissed in the dark,
We shield our eyes from the police lights,
We run away, but we don’t know why,
And like a mirror these city lights shine,
They’re screaming at us, “we don’t need your kind.”

Sometimes I wonder if the world’s so small,
That we can never get away from the sprawl,
Living in the sprawl,
Dead shopping malls rise like mountains beyond mountains,
And there’s no end in sight,
I need the darkness someone please cut the lights.

They heard me singing and they told me to stop,
Quit these pretentious things and just punch the clock.

Sometimes I wonder if the world’s so small,
Can we ever get away from the sprawl?
Living in the sprawl,
Dead shopping malls rise like mountains beyond mountains,
And there’s no end in sight,
I need the darkness someone please cut the lights.

Il mio esercizio di traduzione:

Mi hanno sentito cantare e mi hanno detto di smettere,
Smettila con queste cose pretenziose e timbra il cartellino,
In questi giorni, la mia vita, sento che non ha nessuno scopo,
Ma di sera tardi i sentimenti vengono a galla,
Perché a galla brillano le luci della città,
Mi hanno gridato ‘va’ e trova qualcuno che ti somigli’.

Qualche volta mi chiedo se il mondo sia così piccolo
da non permetterci di andarcene dallo sprawl,
Vivere nello sprawl,
Cadaveri di centri commerciali che vengono su come montagne su montagne,
E non si vede la fine,
Ho bisogno del buio per favore qualcuno spenga la luce.

Abbiamo pedalato fino al parco più vicino,
Seduti sotto le altalene, ci siamo baciati nel buio,
Riparando i nostri occhi dalle luci della polizia,
Siamo corsi via, ma non sappiamo perché,
E come in uno specchio, brillavano le luci della città,
Ci hanno urlato, ‘Non abbiamo bisogno di gente come voi’.

Qualche volta mi chiedo se il mondo sia così piccolo
da non permetterci di andarcene dallo sprawl,
Vivere nello sprawl,
Cadaveri di centri commerciali che vengono su come montagne su montagne,
E non si vede la fine,
Ho bisogno del buio per favore qualcuno spenga la luce.

Mi hanno sentito cantare e mi hanno detto di smettere,
Smettila con queste cose pretenziose e timbra il cartellino,

Qualche volta mi chiedo se il mondo sia così piccolo
da non permetterci di andarcene dallo sprawl,
Vivere nello sprawl,
Cadaveri di centri commerciali che vengono su come montagne su montagne,
E non si vede la fine,
Ho bisogno del buio per favore qualcuno spenga la luce.

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Tuitér

aprile 10, 2009

Mi sono fatto un giro su Twitter.com, il social networking portato all’eccesso: devi solo dire cosa stai facendo in quel momento (scrivere sulla tastiera/il cellulare?) in centoquaranta caratteri (non è sarcasmo).
Ne parlava anche Le Monde, questa settimana, a pagina tre.
Cioè una cosa figa, cool, trés chic anzi molto radical chic.
Mi sono fatto un giro.
Non c’era nessuno. Veltroni ha 60 followers. Fini non c’è. Silvio ha 130 followers.
Un po’ pochini (i followers sono quelli che leggono che i centoquaranta che scrivi). Quand’è che gli italioti scopriranno anche twitter? Altro che feisbuk, tuitér!
Intanto, non c’è nessuno.

Buon Natale ! (natalizzatevi)

dicembre 24, 2008

Riprendo dopo parecchi mesi la rubrica dell’osservatorio linguistico con un aggettivo che ho avuto modo di sentire oggi in una libreria del centro.
Una signorina chiedeva all’indaffarata commessa se i libri appena comprati fossero ‘natalizzabili’.
Ovviamente, l’impegnata commessa sulle prime non capiva, ma poi risolveva il composto (lo vedremo più sotto) come ‘rendere abile al Natale’ cioè ‘fare un pacchetto’. Dopo qualche decina di secondi, commentavo con la signorina il suo composto: ‘interessante’, ho detto.
Lei mi ha guardato e, prontamente, mi ha risposto che era più comodo che dire ‘mi faccia il pacco per Natale’ o ‘me lo incarti per Natale’ (in realtà non ha detto queste cose, ma le ha mimate), ma che tanto la gente ‘non capiva’. Lo ha detto un po’ piccata, quasi che alla sua composizione linguistica non fosse dato il sufficiente riguardo. Avrei potuto confortarla e lodarla per aver usato le capacità produttive della lingua italiana, sfruttando in abile maniera per fini di economia della comunicazione la possente morfologia derivazionale di cui la nostra lingua è capace. Ma non l’ho fatto: le ho però detto che avrei controllato su Google, come fa il De Mauro su Internazionale, l’occorrenza di ‘natalizzabile’ nelle pagine web. In realtà questa cosa del controllare l’occorrenza su Google la fanno numerosi linguisti, qualora non ci sia un corpus specifico da interrogare. Comunque, la nostra parlante in vena di composizioni ‘a tema’ è piuttosto originale: sono solo due i risultati:

Forse cercavi: catalizzabile
Risultati di ricerca

1.
gazza di venerdì 27.4.07…pozzecco… – Pagina 9 – Olimpia Milano …
Squadra italiana 100%, giocatori conosciuti in età natalizzabile, mi sembra un buon prospetto anche se ci sarebbe pure Rusconi che mi stimola(ad andare al …
http://www.forumolimpia.it/rassegna-stampa/14195-gazza-di-venerdi-27-4-07-pozzecco-9.html – 75k – Copia cache – Pagine simili
2.
Avatar Natalizi [Archivio] – Pagina 3 – Hardware Upgrade Forum
il mio è natalizzabile?:D non c’è nessuno che sappia farlo? io non sò buono a fare ste cose … :sob:. **altea**. 10-12-2007, 12:53. che ne pensate del mio? …
http://www.hwupgrade.it/forum/archive/index.php/t-1350829-p-3.html – 34k – Copia cache – Pagine simili

Forse cercavo catalizzabile? No.
Nel primo contesto, non riesco bene a capire il significato di ‘natalizzabile’: è probabilmente parte del lessico specialistico di uno sport, in questo caso del basket.
La seconda occorrenza ha invece più o meno lo stesso significato usato dalla signorina: ci si riferisce ad un avatar, l’icona che ci rappresenta in un forum on-line; l’autore del breve post chiede se si può ‘rendere atto al Natale’ il suo avatar: qui però c’è più l’idea di un addobbo, ovvero ‘è addobbabile per Natale’?
Natalizzabile è aggettivo deverbale di natalizzare, che ha 454 occorrenze: è, guardacaso, usato spesso in riferimento agli ‘avatar’ e agli addobbi, appunto:

Addobbiamo P2P Forum Italia per Natale… [Archivio] – P2P Forum …
02-12-2007, 19:02. ok…allora vedo se riesco a natalizzare qualcosa. … ho pensato che si potrebbe natalizzare anche lui: …
http://www.p2pforum.it/forum/archive/index.php/t-255446.html – 21k – Copia cache – Pagine simili

In realtà, sia in riferimento agli avatar che ai libri, il composto descrive un processo, un mutamento di stato, del resto descritto dal suffisso -izz- utilizzato per formare il verbo stesso ‘natalizzare’ dal nome proprio ‘Natale’. Una semantica che descrive un uso più profondo e pervasivo di questo verbo, è ad esempio:

CATTOLICI per l’Italia
paoma Scrive “Natalizzare la casa, l’ambiente, il cuore come stile di vita. È questo che si inizia a desiderare alle prime avvisaglie del periodo natalizio; …
http://www.cattoliciperlitalia.it/modules.php?name=News&new_topic=10 – 53k – Copia cache – Pagine simili

dove non si fa riferimento solo ad un addobbo esteriore come il cappello da Babbo Natale sul proprio avatar o la carta da pacchi su un libro, ma addirittura, in un climax ascedente, alla ‘casa, ambiente e cuore’. E’ ovviamente parte della polemica cattolica contro un Natale consumista (e il forum citato, detto a latere, è un po’ agghiacciante).

Buon Natale!

A tra un po’

agosto 1, 2008

Chiudo la stagione con alcune brevi riflessioni.

Lo spam
E’ fastidioso ma non troppo: è grave quando, come mi è appena successo, ti fa cancellare anche commenti interessanti, spiritosi e divertenti come quelli del buon Anfiosso. Avete presente, su wordpress, la magica casellina che vi seleziona automaticamente tutti i commenti nella pagina per una MASS-destruction (distruzione di massa)? Ecco, l’ho cliccato. Ti prego Anfiosso e vi prego altri visitatori del sito serio e faceto, lasciatemi di nuovo i commenti. Grazie.

Letture estive
Ovviamente, quando si va in vacanza, si passa l’ultimo pomeriggio urbano in libreria a cercare qualcosa di furbo ma non troppo, di leggero ma non troppo, di avvincente ma non troppo, che possa far colpo sulla vostra vicina di ombrellone ma non troppo. Insomma, il romanzo perfetto.
Io, un po’ annoiato dai racconti di Carver e ormai abbandonata l’impresa di Manituana (non ho tempo, è troppo lungo, devo portare i figli a scuola anche se non li ho), credo metterò in valigia (la frase fatta delle vacanze per eccellenza!) l’ultimo romanzo di Brizzi. Sì, tra l’altro pare parli anche lui di guerre coloniali (ricordate l’articolo su Volto Nascosto?).
Io, di solito, leggo roba in lingua (inglese) in vacanza, ma quest’anno, non so.

La mia assenza
Non ho più scritto, sono stato molto occupato. E adesso non scriverò per almeno (almeno!) due settimane.

Ho perso tutti i commenti
Questo l’ho già scritto e ho già perorato la mia causa presso di voi. Ho perso quasi tutti i commenti (non che fossero molti) degli ultimi sei mesi. Aiuto!

Compleanno
Oggi, tra l’altro, è il mio compleanno.

Storia di Mario

giugno 18, 2008

E’ scomparso ieri Mario Rigoni Stern, insuperato cantore della Natura, di grandi miserie umane e di piccole cose quotidiane.
Appena riesco, mi piacerebbe scriverne un ricordo.
E, appena riesco, mi piacerebbe piantare un albero in suo ricordo:

“Lo sa? Fra tre, quattrocento anni tutta la terra si trasformerà in un bosco fiorito e la vita sarà meravigliosamente leggera e facile…”.

(Cechov, citato da Mario Rigoni Stern nel suo Arboreto Selvatico).

Crema di avocado (o di banane, o di mango…)

giugno 9, 2008

Questa sera, dopo aver ottemperato ai miei doveri di buon Italiano e aver visto crollare i campioni del Mondo sotto i tre colpi degli olandesi (cacchio, so anche scrivere di calcio!), vi spiego come fare una semplicissima crema ai frutti esotici.
Vanno bene un po’ tutti i frutti tropicali, basta solo che siano maturi: è anche un buon modo per non buttare quelle banane che stanno virando verso un simpatico color nero o quegli avocadi che stanno mettendo la muffa. Pensate un po’ che potete pure mischiare vari (io ne ho messi due al massimo) frutti tropicali: avocado più banana è sicuramente la combinazione più azzecata dato che:

1. l’avocado da solo è un po’ una porcheria da ristorante vegano/vegetariano, dato che il risultato è una purea di verdure
2. la banana da sola ricorda le pappette dei bimbi, dolcissime
3. ergo, un mix tra i due frutti è l’ideale!

Non ho mai provato col mango o con la papaya, semplicemente perché non ho mai trovato questi frutti abbastanza maturi: aspettavo un po’ di giorni e poi li mangiavo, ecco.
Comunque, le dosi sono analoghe a quelle dell’altra ricetta: quattro che non mangiano nulla, tre che assaggiano e due che mangiano.
Due frutti maturi, 200ml di latte di cocco, un lime spremuto: frullate fino a ottenere una pasta densa e omogenea, passate in frigo un’oretta, guarnite con menta o, meglio ancora, con yerba buena.

Parliamo del lime
Per un appassionato come me di agrumi, il lime è stata la scoperta del secolo: è aspro ma è pure dolce! Ormai il lime lo si trova quasi dappertutto: i più alcolizzati di voi lo usano già nei loro mojito (diffidate di chi usa il limone, perdio!), ma è l’ideale, appunto, anche per aromatizzare i dolci.

Parliamo del latte di cocco
Càspita, mi sono accorto solo quando ho scritto “porcheria da ristorante vegano/vegetariano” (che poi è una pura provocazione, perché in realtà la cucina vegana o vegetariana merita tutto il mio rispetto) che la crema di avocado (o di banane, o di mango…) è suitable for vegans!
Dicevamo del latte di cocco, comunque: è davvero buono, non c’è niente da fare. Non sceglietelo di quella popolare marca che fa tutte quelle paccottiglie mangerecce cinesi, cercatela invece thailandese: è più densa e (pare) più genuina.
Quelli tra voi che apprezzano di più le bevande spiritose, l’hanno già provato in quei disgustosi cocktails dolciastri da donniciuole (gioca a trovare la provocazione!): batida de coco, per esempio o l’immortale piña colada.

Infine, la yerba buena
La yerba buena, almeno a sentire wikipedia, è in molte varianti del castigliano un altro modo per riferirsi alla menta.
Quindi se parlate la varietà di castigliano giusta, potete tranquillamente utilizzare la menta.
Scherzi a parte, la yerba buena si chiama in realtà Clinopodium douglasii: è un nome piuttosto difficile ma del resto il basilico in realtà si chiama Ocimum basilicum, il rosmarino Rosmarinum Officinalis e l’erba cipollina addirittura Allium Schoenoprasum! Battute a parte, e qui davvero la pianto, la yerba buena ha una sua autonomia botanica mica da poco (difendi anche tu l’autonomia botanica!) rispetto alle diverse speci di menta con cui spesso viene confusa (a Cuba Mentha Nemorosa, in centro america Mentha Citrata…): sono riuscito a trovarla, l’anno scorso, presso il vivaio dei Fratelli Gramaglia, a Collegno. La poverina non è vissuta granché (e in questo è davvero diversa dalla menta che è una infestante), ma mi ha permesso comunque di provarla: ha un sapore molto meno forte e più aromatico della nostra menta (che di solito è una Mentha x Piperita). E’ dunque l’ideale per la vostra crema.

Altre passioni…

giugno 8, 2008

Se seguite il collegamento in alto a destra (Foto!, ma si vede?), potrete vedere i risultati di urza in versione giardiniere…

Segnalazioni: Volto Nascosto e L’ultima Vibrazione

maggio 15, 2008

Sarebbe bello fare alla gente una di quelle domande che fanno i giornali (o le trasmissioni televisive, tanto è uguale) cretine: quante persone sanno che anche gli Italiani brava gente si sono imbarcati in un’infame avventura coloniale?
La maggior parte della gente risponderebbe (forse) che sì, anche gli Italiani sono andati a portare il verbo occidentale in Africa ed è stato all’epoca di Pelatone. Negli anni trenta, effettivamente, muovemmo con le nostre poderose armate verso l’Etiopia, successivamente conquistandola.
Ma già quarant’anni prima (1895-1896), all’epoca di Crispi e di Umberto I, tentammo l’avventura coloniale in Africa Orientale, venendo sconfitti nella battaglia di Adua dal sovrano etiope Menelik: all’epoca riparammo in Somalia.
Poca narrativa si è occupata delle due avventure coloniali italiani: a riportare alla memoria i fatti di Massaua e di Adua (oltre alla odomastica) ci hanno ora pensato, casualmente e su due fronti, gli autori del fumetto (oppure ormai si dice Graphic Novel, racconto disegnato?) Volto Nascosto e Carlo Lucarelli col suo L’Ottava Vibrazione.
Vediamo. Io sono un grande appassionato di fumetti, a patto che siano italiani e che siano della Bonelli.
Li ho scoperti da grande, all’Università, grazie alla mia compagna che è appassionata di Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo e di Julia, la criminologa sosia di Audrey Hepburn.
Purtroppo, nonostante la mia grande passione e i soldi che spendo in Nathan Never, Julia, Dampyr, non ne capisco un granché. Come per i film, posso dare il mio parere sulla sceneggiatura: robe come lo scavo psicologico nei personaggi, l’incisività dei dialoghi… Ebbene, Volto Nascosto è il secondo successo della casa editrice Bonelli nel formato della miniserie, cioè dodici albi (siamo al settimo): ricostruzione storica perfetta, ottima trama, lingua e stilemi da romanzo d’appendice ottocentesco. Volto Nascosto è un leggendario guerriero etiope, al servizio dell’imperatore Menelik che guida la guerra contro gli italiani fino al fatale epilogo di Adua. Su questo sfondo storico, si delineano gli atti di coraggio del giovane tenente Vittorio De Cesari e del suo amico Ugo Pastore contrapposti all’assoluta viltà e incompetenza dei generali italiani (un tratto che, mi pare di aver capito leggendo Lussu, ritorna abbastanza nella Storia). Non mancano, ovviamente, le grandi donne: ora nevrotiche e aristocratiche, ora forti e popolane e la magia rusticana della Roma dei Castelli e l’esotismo della terra d’Eritrea. Notevole.
Poco posso dire, invece, dell’ultima fatica di Lucarelli: da un’intervista mi pare di aver capito che condivide col fumetto Volto Nascosto la stessa atmosfera tragica e decadente che preannuncia una sconfitta: il romanzo è infatti ambientato poco prima della battaglia di Adua. A me viene in mente, istintivamente, l’altro suo romanzo (forse il suo capolavoro) su una guerra, ovvero Guernica.
Ne riparlerò, non appena comprato e letto il romanzo.

Pesciolini in escabeche piccante

aprile 3, 2008

Mi piace inaugurare con questa ricetta di pesce una nuova categoria del mio blog, quella dedicata alla cucina.
Quelle che vi proporrò sono i piatti che spesso mi dletto cucinare: rodati, dunque, e che hanno l’autorevolezza di grandi manuali di cucina, in primis l’opera pubblicata qualche anno fa da un noto gruppo editoriale italiano e distribuita in edicola assieme al quotidiano o al settimanale. Dunque, che cosa ve le ripropongo a fare, se le scopiazzo da una enciclopedia?
In verità, in verità vi dico non è esattamente così: le ricette sono, leggermente o decisamente, riproposte con l’aggiunta o la sostituzione di nuovi ingredienti. E spero, come già ben altri scrittori han fatto prima di me, di riuscire a fare un po’ di letteratura con queste ricette. Mi piacerebbe, insomma, raccontarvele un po’, infarcendole di aneddoti e, perché no, consigliarvi il vino con cui io stesso e i miei commensali le abbiamo accompagnate.
Ma andiamo ad incominciare con questi pesciolini in escabeche: cominciamo dall’etimologia, appunto.
Ebbene vi tocca: ‘escabeche’ è parola spagnola mediata dal persiano sikbag ‘cibo acido’. L’escabeche, infatti, non è nient’altro che una marinata: è molto comune nel bacino mediterraneo: viene chiamato scabocio in Italia e, con probabile etimologia popolare, savoro in Grecia. Con elementi diversi lo ritroviamo nelle Filippine: attualmente è molto diffuso in Sudamerica, soprattutto in Perù, dov’è stato portato dai coloni spagnoli.
Marinata, si diceva dunque sopra: poco sconsigliata dunque a chi non gradisce il sapore dell’aceto, qui decisamente mitigato dal coriandolo. Ecco, si potrebbe dire che la freschezza dei semi di coriandolo e l’agro dell’aceto siano le note dominanti di questo fresco piatto, che ho recuperato da un volume sulla cucina sudamericana. Vi serviranno allora, per tre persone che mangiano decentemente o per due persone che mangiano in maniera abbondante:

  • aceto di vino bianco
  • il succo di due limoni
  • semi di cumino
  • carote, sedano, cipolle o altre verdure fresche da taglio
  • peperoncini, piccanti secondo il gusto
  • qualche spicchio d’aglio
  • semi e foglie di coriandolo

Preso nota? Bene, oh, dimenticavo, il pesce. Potete prendere il vostro pesce preferito da frittura: triglie (pulitele bene, mi raccomando, ché le spine sono balorde!), moscardini, acciughe piccole, anche anelli di totano. Sempre per due persone abbondanti o per tre che mangiano il giusto, non vorrete mica anche fare il primo!
La ricetta è piuttosto semplice: fate una frittura del vostro pesce e poi la cospargete della marinata di verdure fresche, insaporendo con il peperoncino. Mentre ve la vado a esporre, cospargete i candidati alla frittura con il succo dei due limoni e conditeli, se volete, con del sale. Lasciateli a riposare un’oretta.

La frittura, dunque.
La frittura è una cosa molto delicata, quasi intima. C’è chi si affida religiosamente agli oli di frittura già pronti, quelli che friggono senza ungere e chi frigge solo nell’olio d’oliva, credendo sia il fritto più sano.
In realtà, e qui spero che qualche cuoco-visitatore vorrà confermarlo, l’olio migliore per friggere è quello di arachidi: tecnicamente, infatti, ha il punto di fumo (grazie Cristian!) più alto fra tutti. Il che equivale a dire, insomma, che prima di iniziare a fumare, puzzare e annerirsi ci va un bel po’ e forse voi avrete pure già finito di friggere.
Se andate poi a guardare con attenzione l’etichetta del vostro olio fatto apposta per friggere, vedrete, con buona probabilità, che è composto da olio di semi di arachidi e olio di coriandolo, che serve a rinfrescare la frittura.
Potete dunque provare a friggere utilizzando l’olio di semi di arachidi e una buona macinata di semi di coriandolo: dorate uno a uno, pian piano, i vostri pesciolini e, con l’aiuto di una bagnarola, trasferiteli, una volta croccanti, su un foglio di carta assorbente. La carta assorbente per fritti è un altro miracolo dell’ingegneria culinaria moderna: un solo tovagliolo basta per un fritto abbondante.

La marinata
Prepariamo ora la marinata di verdure: essa andrà a rinfrescare la nostra già ‘asciutta’ frittura. Quella del fritto asciutto è stato una sorta di mito della reclame anni novanta: ora però il jingle esatto non me lo ricordo, né la marca dell’olio miracoloso che prometteva un fritto asciutto e pulito.
Comunque, la marinata: versate un filo d’olio d’oliva (pochissimo!) in una padella e, a fuoco medio, mettete a rosolare le vostre verdure fresche da taglio. Carote, sedano anche melanzane: quello che preferite. La ricetta originale consiglia solo carote, anche io mi sono trovato benissimo aggiungendo (dopo) del sedano crudo alla marinata. Insaporite la rosolatura delle verdere con le due cipolle e con qualche spicchio d’aglio: se voi o i vostri commensali non potete proprio sopportare le agliacee, perlomeno lasciate una cipolla! Spruzzate con il peperoncino e con il coriandolo macinato. Dopo qualche minuto, iniziate a sfumare con l’aceto di vino bianco.
Povero aceto di vino bianco, ormai sempre di più soppiantato dal suo cugino ricco, l’aceto balsamico! La reclame dell’aceto di Modena Ponti è stata la fine dell’inizio per l’aceto bianco: ‘lo potete mettere anche sulle fragole!’. La fine dell’inizio.
Sì, poi c’è stato tutto questo revival per questi ingredienti poveri della cucina: aceti balsamici fighettissimi, sali che vengono da posti esotici, ma, che io sappia, nessuno che abbia ancora provato a proporre dell’aceto di vino bianco di qualità. Ma, del resto, ce lo possiamo fare noi mandando appunto, all’aceto, del buon vino bianco.
Eravamo insomma rimasti a sfumare la nostra rosolata e a trasformarla dunque, con l’aceto, in una marinata: lasciate evaporare un po’ l’aceto, ancora qualche minuto. Abbassate il fuoco e trasferite nella marinata la vostra frittura: alzate ancora per un mezzo minuto il fuoco e mescolate il tutto. Lasciate raffredare e servite accompagnando con del vino bianco dal buon tenore alcoolico. Noi l’abbiamo mangiato con del Trebbiano d’Abruzzo la seconda volta: la prima, invece, con un bianco meridionale, campano probabilmente: poteva essere del Greco di Tufo, uno dei vini preferiti da me e dalla mia compagna.

May I speak English?

marzo 10, 2008

Nel famoso ‘How to become an hacker’, Raymond consiglia, non con una certa titubanza, di impare l’inglese.
Raymond è titubante perché vede, giustamente, il predominio dell’inglese come un tipo di imperialismo culturale (a sort of cultural imperialism). Ma è confortato dal fatto che molti hacker, anche se condividono la stessa lingua, usano l’inglese per parlare tra di loro di questioni tecniche. Il motivo sarebbe che l’inglese ha un più ricco lessico di termini tecnici: effettivamente se parliamo in italiano di questioni informatiche, finiamo per utilizzare anglicismi, prestiti mal fatti o orribili calchi. A proposito dei calchi, anche se non c’entra niente col gergo informatico, un mio amico per dire ‘Ho mandato il mio curriculum alla tal ditta’ dice ‘Ho applicato’, calcando l’espressione inglese ‘to apply for a job’.
Tornando a Raymond e alla sua lingua inglese ricca di termini tecnici, essa è definibile, in termini linguistici, come ausbausprache, ovvero ‘lingua elaborata’. Già, perché si potrebbe parlare di informatica anche in wolof o in catanese così come di filosofia o di idraulica applicata, a patto che si abbiano, come giustamente sottolinea Raymond, i termini tecnici.
Quando vado a Parigi o in Corsica, mi capita spesso di comprare i giornali locali di Linux: oltre ad essere fatti molto bene, mostrano come la lingua francese, grossomodo e suo malgrado, si sia elaborata anche su piano informatico. Fa ridere, ma loro traducono il kernel di linux con noyau, che vuol dire appunto ‘nocciolo’ o ‘files’ con ‘fichiers’. Come se noi dicessimo: “Ho ricompilato il nocciolo di Linux e ho perso tutte le pedine (fiche + ier)”. Fa ridere, ma mica tanto in realtà: significa che il francese ha risposto, con mezzi suoi, allo strapotere dell’inglese in campo linguistico e culturale. Operazioni del genere testimoniano quella che i linguisti chiamano la vitalità di una lingua, espressa tramite la loro produttività.
Noi, evidentemente, produciamo poco. E purtroppo, bisogna dare torto a Raymond: lo strapotere dell’inglese è funzionale all’imperialismo inglese prima e americano poi.
Esprimersi con metafore organicistiche significa in generale paragonare oggetti non animati, concetti e ideali ad animali, piante o persone. Ad esempio, si dice che le città muoiono, che l’economia collassa o che le culture rinascono. Ecco, a me piace pensare (ma l’idea, ovviamente non è mia) alle lingue come alle speci biologiche: l’inglese a come qualche specie dominante che in un ecosistema (la cultura mondiale) distrugge le altre e lingue sconosciute africane, americane o asiatiche a qualche rara farfalla appena scoperta dagli entomologi. In natura, ogni volta che una specie si estingue si perdono frammenti di biodiversità, essenziale alla vita stessa del pianeta Terra. Nelle culture umane, ogni volta che una lingua muore, muoiono secoli o millenni di modi di concepire la vita e di adattarsi ad essa. Se rimanesse un’unica lingua, anche se ripetutamente imbastardita dalle altre perché una lingua talvolta non muore ma continua, rimarrebbe un unico modo di vivere. E nessuna lingua, per quanto elaborata dal punto di vista lessicale possa essere, è all’altezza di ogni espressione umana.